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WITH LiMBO – 預言者ヨナと共に踊る |チコーニャ・クリスチアン

愛知県芸術劇場が立ち上げたダンスプロジェクト「Constellation(コンステレーション)」の一環として、2019年に愛知県の至学館大学卒業を機に結成されたダンスグループNull(ヌル)(岡田玲奈、黒田勇)が新作を上演する  →Italian Version

2026年5月2日
2026/5/2

愛知県芸術劇場 小ホール
Aichi Prefectural Art Theater

Text by Cristian Cicogna
写真提供:愛知県芸術劇場(C)HATORI Naoshi

振付・出演: 岡田玲奈、黒田勇
共同振付・出演: 仙石孝太朗
衣裳デザイン: 武田久美子
照明デザイン: 久松夕香

 

相変わらず、舞台は裸で真っ黒。
空気が薄く、空間の境界は見えない。
ほの暗い影が観客席まで満遍なく拡がると、三方向からダンサーたちが登場する。ゆっくりと無を踏み分けるように進む三人とも大きくて重そうなキューブを抱えている。
淡いオレンジ色の明かりが白い衣装をさりげなく染める。まるで日差しが入り口をノックしたが、誰も開けてくれないので、扉の隙間から勝手に流れ込んだという感じだ。
キューブが床に置かれると、照明は大きな水玉模様を描いている。舞台は細胞増殖のサンプルに見える。
キューブは一辺が約90センチで、一面にだけ白い板が張ってある。目に見えない手が振るサイコロのように、パフォーマンス中に配置と役割を変えながら、抜群の存在感を放ち続ける。
追い掛けられた時に逃げ込める巣穴。大きなジャンプができるトランポリン。公園の遊具。閉じ込められた檻。君主の玉座。体を折り曲げ、頭を中に突っ込めば、別世界を覗ける水中眼鏡。または、砂に頭を埋めるダチョウのような現実逃避の印だろうか。波の立たない海に遭難したダンサーたちを救う筏(いかだ)。目的地なしに、ずっとぐるぐる廻る船なら、舷窓かもしれない。
所詮、ここはリンボなのだから。

リンボ(辺獄)は日本人には耳慣れない言葉だろうが、西洋では、カトリック神学と深い関わりのある概念で、ダンテの『神曲』にも登場する場所だ。
語源は「周辺・端」を意味するラテン語のlimbusで、地獄の周辺を指す。辺獄は天国にも地獄にも属さない中間的な空間で、特に、洗礼を受けずに原罪のままで死んだ幼児がとどまると考えられている場所だ。比喩的な表現として、中ぶらりん・中途半端な状態を指す。
Nullの意図には、おそらく宗教的なニュアンスはない。どちらかと言うと、「自分」という存在を確かめるまでさまよってもいい場所だ。
それにしても、なぜこの三人はここに投げ込まれたのだろうか。
自分が犯した過ち? 社会がかけた圧力? いじめ? 長老政治? 異常気象からの避難? 新たなパンデミック? ただ単に「他者」との距離をとるのが下手だから?
彼等は群れを離れた無防備な子羊なのか。それとも、現代社会のある世代の標本なのか。リンボを抜け出すつもりがなく、敢えてここを選んだ可能性もある。
しかし、この場所は何だ? 頼りになるものが何一つない。現在なのか、過去なのか。日常なのか、悪夢なのか。ここは人間が知る概念が通用しない世界。時空は具体性に欠け、地面が雲でできているかと思われる。本来のリンボなら、何も起こらず、何の変化もない。永遠の引き潮の如く。
静かでしなやかな動きとスポーツのようなダイナミックな動きを織り成すダンスは時間の感覚を狂わせ、一つ一つの動作は異次元から降ってくる雨粒か、未完成の静止画の連鎖を想像させる。
音楽らしい音楽も流れない。忘れられた時代から聞こえてくる鹿威(ししおど)しの執拗な音。あるいは、心臓の規則正しい鼓動。音楽になるのを拒否したノイズ。ダンサーたちの吐息、ジャンプの着地音、身体のぶつかり合った時の音、衣装が擦れる音だけが聞こえる場面も多い。
どちらにしても、いつからここにいるのだろうと不安を与える音だ。
リンボの出口は何処(いずこ)?

三人がさまようリンボは亀の甲羅のようでもある。硬くて重たい。窮屈かもしれないが、しっかり守ってくれる。広い世界が恐くて、日本を出たくないと思ってしまったら、リンボが必要になるのではないか。
追いかけっこやジャンプなど、同じ動作を繰り返す三人は習慣を身につけようとしているのだろう。習慣が身につくと、身体がルーティーンに慣れ、安心感を得られる。
しかし、他者との距離感の保持を失敗すると、自分が生きる環境は孤独を強いる箱になってしまう恐れがある。
広いのに閉塞感をもたらす舞台は照明だけが親しさを感じさせる。柔らかい銀色の明かりに包まれたダンサーたちの身体が、光と影が抱き合うシルエットになり、幻想的な踊りを披露する。衣装から垂れた布切れが細波(さざなみ)のようにゆらゆらと揺れ、ダンスはピンボケ写真からよみがえる懐かしい記憶に変わる。リンボが生み出す疑問や不安が和らぎ、舞台は、人間が表す感情の情景に変わってゆく。
照明は身体とキューブの影を伸ばし、夜を招く。(リンボには時間が存在しないが、人間はどうしても出来事を時系列順に説明したがる。)
素晴らしい身体能力が支えるソロダンス。激しい動きは街灯の明かりに集う蛾(が)に見える。あるいは、窓ガラスにぶつかる大きな鳥。荒れ狂う堕天使かもしれない。
リンボは人の頭脳が創り上げた妄想に過ぎないのに、どんなに羽ばたいても、リンボから簡単に脱出できない。
塔のように重なり合った三つのキューブが威厳に満ちた巨人に変化(へんげ)する。懐中電灯を手にした女性ダンサーが登場し、キューブの白い面に明かりを当てると、塔が一つ目の人食い巨人ポリュペーモスに見える。次第に彼女は懐中電灯をつけたまま胸元に隠し、儚(はかな)い命の蛍のダンスを披露する。

舞台中央にそびえるキューブの塔が謎のスライディングドアに変わった。
ダンサーたちが四つん這いで一番下のキューブの口をくぐり、退化したかのように動物や爬虫類に変身して反対側から出てくる。
あるいは、思考をAIに任せた結果、人間はゾンビのように動き、世界を支配するロボットの奴隷になってしまうシナリオを表しているのかもしれない。
更に塔の口は怪物の顎(あご)を思わせる。旧約聖書にある、大魚に呑み込まれた預言者ヨナの話を思い出した途端、舞台全体が巨大な怪物の腹に見えてくる。
男性ダンサーが女性ダンサーを肩車して、もう一人の男性ダンサーが二人にしがみつき一体になる。覚束ない足取りで舞台を走り回る。三人は顔をずっと客席に向けたままなので、歩くトーテムポールのようだ。
その状態で踊ったのち、背景の壁に大胆にぶつかると、トーテムは怪物の胃袋を突き刺した武器に見える。
ついに逃げ道を見つけ、リンボを抜け出す気力が湧いたのだろうか。しかし、三人は力が尽きたようで、床に崩れ落ちた。
とにかく、一人の力で「孤独の箱」を壊せまい。嫌がっても、人間は互いを必要としている。その箱を壊せるのは人との繋がりしかない。
終盤は、金属が磁石に引き寄せられるのと同じく、三人の身体が無意識的に関わり合ってくる。身体を自然な動きに任せながら、三人は互いに擦れたり、ぶつかり合ったり、横たわる人につまずいたり転んだりする。他者とかかわる時の自然な反応から生まれるループで、触れ合いのダンスを行う。そうして、自分の存在、相手との距離感を再確認する驚きのせいかダンサーたちは目を光らせている。

女性ダンサーと一人の男性ダンサーがそれぞれ異なる方向へ去る。
預言者ヨナは三日三晩大魚の腹の中にいたが、神の命令によって海岸に吐き出された。Nullの舞台に神は声を聞かせてくれないが、明かりが完全に消えると同時に、残った男性ダンサーが大きくジャンプして客席の方へ飛び降りた。
リンボ脱出!
怪物は死なずに遠い海中(わだなか)に消えて行った。

(2026/6/15)

 

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WITH LiMBO – Danzando con Giona nella pancia della balena

Testo: Cristian Cicogna
Foto: HATORI Naoshi(C)Aichi Prefectural Art Theater

Una fra le stelle del progetto Constellation, portato avanti da Aichi Prefectural Art Theater di Nagoya nell’intento di promuovere giovani gruppi di danza contemporanea, il duo Null (composto da Okada Reina e Kuroda Yu, provenienti dall’Università Shigakkan di Ōbu) presenta in anteprima il loro nuovo spettacolo WITH LiMBO

Coreografia, danza: Okada Reina, Kuroda Yu
Collaborazione alla coreografia, danza: Sengoku Kotaro
Costumi: Takeda Kumiko
Luci: Hisamatsu Yuka

Come in altre occasioni, il palcoscenico è nudo e nero.
L’aria rarefatta, lo spazio tiene celati i propri confini.
Non appena la penombra si espande uniforme fino a toccare il pubblico, entrano in scena da diverse direzioni tre danzatori. Procedono lentamente come a fendere il nulla, sostenendo tre grossi cubi, all’apparenza piuttosto pesanti.
Una tenue luce arancione tinge distrattamente il bianco dei costumi. Come se un raggio di sole avesse bussato alla porta ma, trovandola chiusa, si fosse infilato dentro attraverso le fessure.
Mentre i cubi vengono appoggiati per terra, le luci disegnano sul pavimento un geometrico motivo a pois, facendo apparire il palcoscenico come un vetrino di cellule da osservare al microscopio.
I cubi, circa 90 cm per lato, hanno solo una faccia chiusa e, simili a dadi lanciati da una mano invisibile, cambiano posizione e ‘ruolo’ durante tutto lo spettacolo, garantendo una forte presenza scenica.
Una tana dove trovare rifugio se inseguiti. Un trampolino per acrobatici balzi. La giostra in un parco. Una gabbia che imprigiona. Il trono del tiranno. Piegando il corpo e infilandoci la testa, una maschera da sub per spiare un altro universo, oppure, imitando gli struzzi, un vano tentativo di fuga dalla realtà. E ancora, una zattera sopra il mare senza onde in cui si sono persi i tre personaggi. Oppure l’oblò di una nave che vaga senza meta.
Dopotutto qui siamo nel Limbo.

Sia Limbo sia il corrispettivo giapponese hengoku sono termini poco familiari ai sudditi dell’Imperatore, e ad ogni modo non richiamano il senso teologico che ha in Occidente o nel mondo cattolico.
Pochi sanno che il latino limbus sta a indicare il confine, l’estremità (dell’inferno) e che è il luogo dove stanziano le anime che non hanno potuto lavare il peccato originale grazie al battesimo, o che da lì sia uscito Virgilio per fare da guida a Dante nella Divina Commedia.
Il duo Null dunque, non avendo lo spettacolo sfumature di carattere religioso, sfrutta il significato metaforico del termine, ovvero quello di essere sospesi, incompiuti, di trovarsi a metà strada senza saper bene dove andare. Il Limbo diventa il luogo dove smarrirsi alla ricerca di sé stessi.
Tuttavia viene da chiedersi: che cosa ha spinto qui i tre danzatori?
Un errore commesso? La pressione esercitata dalla società? Il bullismo? La gerontocrazia? La fuga da eventi estremi del clima impazzito? Una nuova pandemia? O semplicemente il non saper regolare la giusta distanza dall’ ‘altro’?
Sono solo degli agnelli indifesi smarriti dal gregge? O sono il campione di una certa generazione della società contemporanea? Può anche darsi che abbiano scelto di proposito di rifugiarsi nel Limbo e che non abbiano la minima intenzione di uscirvi.
Ma che posto è questo? Nulla a cui appigliarsi. Presente o passato? Quotidianità o incubo? Un mondo dove i principi conosciuti e condivisi dagli umani non hanno senso. Il tempo e lo spazio difettano di concretezza, il pavimento ha la consistenza delle nuvole. Nulla accade, nulla cambia. Un’eterna bassa marea.
La coreografia tesse movimenti lenti e sinuosi con una dinamicità quasi atletica, in una catena di fotogrammi, o di nature morte appena abbozzate, alterando la sensazione del tempo. Le singole pose appaiono come gocce di pioggia cadute da un’altra dimensione.
Non c’è una vera musica a supportare la danza. Piuttosto un colpo uniforme e insistente, l’eco attutita di un suono proveniente da un’altra era, il battito regolare del cuore: rumore che si è rifiutato di diventare musica. Numerose le scene in cui si sente solo il respiro dei performer, il rimbombo dei salti sulle assi del palco, lo sbattere dei corpi uno contro l’altro, il fruscio dei costumi.
Un suono comunque che suscita ansia, che ti fa chiedere: ma da quanto tempo sono rinchiuso qui dentro? C’è una via d’uscita dal Limbo?

Il Limbo in cui si sono smarriti i tre personaggi potrebbe essere paragonato al guscio della tartaruga: resistente, ma pesante. Pratico, ma angusto. Zavorra e scudo.
Se si ha paura di uscire dalla sicurezza che innegabilmente offre il Giappone e affrontare i pericoli del mondo, è naturale che si cerchi il conforto di un Limbo.
I tre danzatori si rincorrono dentro e fuori dai cubi, saltano in continuazione, ripetono gli stessi gesti, come a perpetuarli in un’azione abitudinaria. Tenere il corpo occupato nella consuetudine, legarlo a una routine, aiuta a gestire l’ansia, a raggiungere un senso di stabilità, se pur precaria. Una sorta di equilibrio forzato.
Ma se non si riesce a tenere le giuste distanze sociali (dilemma molto sentito in Giappone), si rischia di trasformare l’ambiente in cui si vive in una scatola della solitudine o, per meglio dire, delle solitudini, un mondo in cui si sta in mezzo agli altri, ma ciascuno isolato, chiuso in sé stesso.
Sul palcoscenico, per quanto ampio, permane un vago senso di claustrofobia, che soltanto le luci sanno attenuare. Un morbido fascio argenteo tramuta i corpi in agili silhouette in cui luce e ombra giocano ad abbracciarsi, per una danza ammaliante, ipnotica. I lembi di tessuto che pendono dai costumi ondeggiano nell’aria, donando ai movimenti una impercettibile scia come di ricordi che affiorano da una vecchia fotografia lievemente sfocata. I dubbi e le inquietudini generati dal Limbo si smorzano, anzi diventano paesaggio emotivo.
Le luci allungano le ombre dei corpi dei danzatori e le linee dei cubi, portando la notte. (Nel Limbo il tempo non esiste, eppure l’uomo sente la necessità di ordinare le cose in una successione cronologica.)
Ora i movimenti frenetici, se pur in equilibrio fra atletismo e controllo del corpo, di uno dei danzatori mi fanno pensare a una falena che si agita intorno alla luce di un lampione. O a un grosso uccello che va a sbattere contro un vetro. O forse rappresenta un angelo decaduto in preda alla pazzia? Ma dal Limbo, luogo inesistente scaturito dalle proprie ossessioni, per quanto si sbattano le ali, risulta alquanto difficile fuggire.
I tre cubi impilati a formare una torre appaiono ora un minaccioso gigante.
La danzatrice torna in scena con una torcia e la luce puntata sulla superficie del cubo più alto sembra l’occhio del Ciclope. Poi infila la torcia accesa dentro il costume all’altezza del petto e si esibisce nella struggente danza di una lucciola dall’effimera vita.

Nella scena successiva la torre, senza cambiare forma, diventa una misteriosa sliding door, magica porta comunicante con un’altra dimensione. Strisciando per infilarsi, a ripetizione, dentro l’apertura del cubo più basso, i tre sbucano dalla parte opposta trasformati in quadrupedi o rettili in un inesplicabile processo involutivo. Oppure, uomini che, camminando come zombie, si infilano nella porticina per uscirne sotto forma di animali al guinzaglio, forse scenario distopico in cui il genere umano, affidata la conoscenza all’intelligenza artificiale, finirà schiavo dei robot.
A un certo punto, frutto di una allucinazione, vedo il pertugio della torre spalancarsi come le fauci di un mostro e, ricordandomi dell’episodio biblico del profeta Giona ingoiato da un grosso pesce, l’intero palcoscenico mi appare come lo smisurato stomaco di una gigantesca creatura marina.
I tre danzatori si esibiscono in un numero acrobatico: lei issata sulle spalle di uno, l’altro avvinghiato ai due che sbatte i piedi inquieto sulle nere assi. Vagano per il palco spostandosi in equilibrio precario, ma sempre con la faccia rivolta al pubblico, dandomi l’idea di un totem che cammina.
Quella danza scomposta, ma carica di pathos, li conduce a sbattere contro il buio sfondo alle loro spalle, il loro totem una lama che affonda sulle pareti dello stomaco del mostro. Che abbiano finalmente trovato una via di fuga? La forza di volontà per emanciparsi dal loro stato di precarietà? Tuttavia, oramai privi di energia, si accasciano al suolo stremati.
Risulta evidente che da soli non si può rompere la scatola delle solitudini, l’unica soluzione per uscire dall’isolamento è il contatto, la connessione fra persone. Nostro malgrado, abbiamo bisogno gli uni degli altri.
Ed il finale mostra proprio questo processo, in un loop casuale in cui i corpi dei tre performer, al pari del ferro con la calamita o le orbite dei pianeti, si attraggono, si sfiorano, inciampano uno sull’altro, si toccano e ricevono la spinta per nuove traiettorie. Reagendo d’istinto, con movimenti del tutto naturali, prendono coscienza della propria essenza, dello spazio occupato e della distanza con l’altro, e questa scoperta fa brillare loro gli occhi per la sorpresa di un nuovo inizio.

La danzatrice e uno dei danzatori escono di scena in opposte direzioni.
Giona, per ordine di Dio, dopo tre giorni e tre notti passate nel ventre della balena, viene risputato sano e salvo sulla riva. Nello spettacolo di Null non si ode alcuna voce divina, ma nell’attimo esatto in cui si spengono le luci, l’ultimo danzatore compie un gran balzo giù dal palco verso la prima fila.
Fuga dal Limbo riuscita!
Il mostro si allontana nuotando a pelo d’acqua scomparendo in mare aperto.

(15/6/2026)